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L'Ambasciator penoso...

Le maschere di Romano

 

Un uomo uncinato, Sergio e pensoso, solo, ritto sulla propria mestizia,

solo, abbandonato in volto financo da sè medesimo.

Adagiato, quindi, su una schiena obliquamente torta, trasversalmente disponibile.

Con quei suoi occhi glabri e quella sua lingua sottile, rettile, avara di natura, munifica per opportunità.

Sergio, dalle gote erudite, preparate, ragguagliate, perse in una perenne smorfia di sdegno, di schifo vincolato, di fastidio costretto, di repulsione non omissibile. Una superiorità di statura -  che non diresti mai! - fragile raffinatezza statuaria,  altissima con i modesti, prona con gli influenti, curva d'irretitudine senile. Sergio garbato, Sergio vestito solo di quell'espressione scorbutica, redarguitoria, arcigna, consona (propria) tanto al severo precettore del tempo che fu, quanto al lazzo lezioso di chi sta defecando. Riverito d'incanto, ambasciatore italiota, diplomatico di vocazione autoconservativa, infeltrito opinionista. Pompiere della logica avversa, creativo della logica consensuale, pindarico della logica conservatrice.

Romano, d'ispirazione, fiancheggiatore accorto.

Intellettuale di servizio, scrittore recidivo, studioso in concorso esterno.

Una prima linea di difesa, una difesa su tutta la linea.

Ad oltranza.

Col cuore oltre la logica.

Colla penna oltre il dignitevole.

Col fine oltre l'ostacolo.

Romano, un allocatore di memoria collettiva dell'assenso, Romano, in complice contumacia del proprio intelletto.

Un'editorialista quotidiano del consenso, su una quotidiana portaerei al largo dei poteri forti.

Un uomo libero d'asservirsi, un professore condannato all'estemporaneità storica a palliativo degli anacronistici lezzi politici, un'illustre cameriere succedaneo al revisionismo.

Acuto osservatore, Romano, interviene quindi inspiegabilmente nei fatti col cipiglio del voyeur.

Da un tavolino riservato, da un binocolo di favore, da un'altura privilegiata.

Da un'elegante balconcino, suole l'incontinente demagogo annaffiar le genti a pioggia di tutta quell'informatija che annegherebbe alfin un pesce.

Alla bisogna ostile, ma ricovero sempre ospitale per chi si fa accondiscendente.

 

E come il sereno irrompe per un'istante tra cime tempestose, un guitto sorriso si tratteggia nel roboante broncio: e beato colui che l'avrà..






Ecco l'Opera:

Risponde Sergio Romano *** Lettere al Corriere

QUALCHE BUONA RAGIONE PER SALVARE ALITALIA

Lettera 1:

Mi faccia capire: mi presento da un imprenditore la cui società naviga in acque agitate. Anzi, è in rosso assoluto e piena di debiti da anni. Trovo uno o due amici, ci mettiamo d' accordo e per una cifra irrisoria ci compriamo la società. Non prima, però, di aver avuto assicurazioni assolute che: compreremo solo la parte attiva della società, mentre la parte passiva e gli oneri passivi resteranno a carico del venditore; gli esuberi non verranno licenziati, ma verranno «ricollocati» dal venditore; potremo rivendere tutto entro 4-5 anni (se non è speculazione, questa) con l' assicurazione di un ricavo tra il 14 e il 25%; potremo rivendere tutto a una società precedentemente interessata all' acquisto, ma disdegnosamente rifiutata dallo stesso imprenditore, nonostante gli offrisse un ricavo e si accollasse i debiti; infine, i problemi legali con i fornitori se li accolla il venditore. Credo che se questo è il libero mercato finanziario ci sarebbe probabilmente la ressa per entrarvi. A me pare, leggendo anche le considerazioni del professor Giavazzi, che questa sia la situazione Alitalia. Con l' aggravante che il venditore è lo Stato, cioè noi, e che il venditore possiede altre società che fanno capo a una «finanziaria» che è in rosso. a.megighian@virgilio.it

Lettera 2:


Da quanto si mormora negli ambienti bancari sembra che Intesa San Paolo vanti grossi crediti nei confronti di Air One il cui recupero appare incerto. La soluzione proposta dalla Banca in parola per Alitalia-Air One, se adottata, la mette al riparo da ogni rischio. Sono maldicenze o c' è, tanto per cambiare, anche qui un conflitto d' interessi? Gianlupo Osti glosti@tiscali.it

La risposta del Nostro:

Cari Meghighian e Osti, A bbiamo ricevuto altre lettere come le vostre. Molti lettori avanzano sospetti sulle intenzioni e le motivazioni degli acquirenti. Parecchi denunciano la possibile esistenza di altri conflitti d' interesse (oltre a quello evocato da Osti) fra cui la presenza nel gruppo degli acquirenti di società concessionarie dello Stato come Autostrade e Aeroporti di Roma. Altri ancora si chiedono quali saranno le reazioni della Commissione di Bruxelles di fronte a un' operazione in cui i concorrenti vedono un «aiuto di Stato». Quasi tutti sembrano convinti che le trattative avviate con Air France verso la fine del governo Prodi offrissero migliori prospettive. E parecchi sostengono che sarebbe stato meglio affidarsi alle regole del mercato e lasciare che Alitalia portasse i libri in tribunale. Dopo tutto - si osserva - il passeggero è interessato a viaggiare bene e a pagare il meno possibile. Il colore della bandiera dipinta sul fianco dell' aereo ha per lui un' importanza relativa. Questi timori e queste osservazioni sono legittimi. Anch' io, benché privo di particolari competenze finanziarie e aziendali, ho gli stessi dubbi. Ma vi sono due aspetti della vicenda Alitalia su cui vorrei attirare la vostra attenzione. In primo luogo non è vero che quello dell' aria possa considerarsi oggi un «mercato» nel senso liberale della parola. Esistono ancora «campioni nazionali», legati sia pure indirettamente al loro Paese. Lo statuto di Lufthansa, per esempio, prevede che la maggioranza delle azioni della società sia in mani tedesche. Se avessimo venduto a Air France o a Lufthansa un anno fa, non avremmo venduto al «mercato», ma a una società nazionale che avrebbe avuto strategie nazionali e trattato Alitalia come un satellite. In secondo luogo temo che la vendita, in quelle condizioni, avrebbe avuto conseguenze morali e psicologiche disastrose. Dopo avere fatto il tifo polemicamente per Prodi o Berlusconi, Padoa-Schioppa o Tremonti, ci saremmo trovati tutti d' accordo nel constatare che il nostro Paese era stato incapace di gestire le risorse nazionali che garantiscono generalmente il successo di una linea aerea. Abbiamo un patrimonio culturale senza eguali, condizioni climatiche generalmente favorevoli, una straordinarietà varietà di località turistiche, 7.450 km di coste, un gran numero di isole e una invidiabile posizione geografica. Siamo, come fu detto in un altro contesto, una portaerei naturale, al crocevia fra tre continenti. E lo sviluppo economico dell' Italia Centro-settentrionale ne fa uno dei maggiori bacini del traffico aereo mondiale. Ma nonostante questi vantaggi non siamo riusciti a impedire il clamoroso fallimento della nostra compagnia aerea. È questo ciò che gli italiani avrebbero detto malinconicamente a se stessi dopo la vendita di Alitalia a Air France. Ecco perché non posso impedirmi di provare una certa simpatia per coloro che cercano di salvarla e rimetterla in corsa. Può darsi che nell' ultimo atto di questa vicenda la nostra linea aerea debba tornare al tavolo delle trattative con un grande partner internazionale. Ma è possibile che le società interessate a trattare siano in quel momento più numerose: un fattore che renderebbe Alitalia più forte e il rapporto fra le parti, dopo l' accordo, meno squilibrato.

Romano Sergio


2 settembre 2008 - Corriere della Sera - Pagina 35

Pubblicato il 9/9/2008 alle 16.42 nella rubrica Wunderkammer.

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